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Prodotti chimici

L’etichetta dei contenitori commerciali di prodotti chimici è importante perché contiene molte informazioni sulle caratteristiche chimico-fisiche del prodotto; inoltre tiene conto di tutti i rischi potenziali connessi con la normale manipolazione e utilizzazione del prodotto stesso.
L’etichetta deve fornire le seguenti informazioni in lingua italiana:
– il nome chimico della sostanza;
– il nome e la sede della ditta produttrice;
– i simboli di pericolo e relativi pittogrammi;
le frasi di rischio (frasi R) e i consigli di prudenza (frasi S). I consigli di prudenza, insieme alle corrette norme di comportamento, sono alla base della prevenzione dei rischi e fanno diminuire la probabilità che gli stessi si verifichino. Il fatto che queste frasi siano definite come consigli di prudenza non deve far pensare che la loro importanza sia minore: è obbligatorio seguire le indicazioni riportate.

Come si può ben capire, i reagenti chimici non sono mai del tutto innocui e possono spesso essere pericolosi per noi e per l’ambiente. E’ quindi necessario manipolare questi materiali con precauzione e leggere sempre attentamente quanto riportato sull’etichetta di ciascun contenitore. Sulle etichette, oltre alle informazioni dette prima, devono essere riportate le proprietà chimico-fisiche come densità, temperatura di ebollizione, concentrazione se si tratta di una soluzione e il grado di purezza di ogni reagente, che danno indicazioni sulla qualità del prodotto.
Inoltre, in base alle direttive dell’Unione Europea, le etichette delle sostanze pericolose devono obbligatoriamente riportare indicazioni sul tipo e grado di pericolosità e, facoltativamente, indicazioni sulle precauzioni da prendere.
Il tipo di pericolosità viene indicato da uno dei simboli grafici convenzionali stabiliti nel 1965 dal Consiglio d’Europa di Strasburgo, che ha suddiviso le sostanze pericolose in altrettante grandi categorie, ciascuna rappresentata da un simbolo grafico chiaramente riconoscibile quindi in qualsiasi Paese.
Il grado di pericolosità è riportato nel codice R, il codice dei rischi.
Le precauzioni da adottare nei singoli casi, sono elencate e opportunamente numerate nel codice S, il codice dei consigli di prudenza, come già detto.
I simboli riportati sulle etichette dei contenitori dei prodotti chimici indicano, in base alle direttive europee, le sostanze pericolose suddivise per categorie:

1) sostanze esplosive: sono le sostanze che possono esplodere in determinate condizioni sperimentali, in particolare per l’esposizione a fonti di calore, e che sono molto sensibili agli urti e agli attriti. I prodotti più comuni sono cloriti, clorati, perossidi organici, diazo-composti, acetiluri, nitrati inorganici e organici. Queste sostanze devono essere conservate in locali sufficientemente isolati e lontani da quelli in cui sono sistemati i composti infiammabili. Alcuni comuni solventi ossigenati, come l’etere dietilico, tetraidrofurano e diossano, possono formare, per esposizione a luce e aria, perossidi e idroperossidi che sono esplosivi. Ovviamente, manipolando queste sostanze, bisogna evitare riscaldamenti, compressioni, urti e sfregamenti;

2) sostanze ossidanti e comburenti: sono le sostanze che provocano una forte reazione esotermica quando vengono a contatto con altre sostanze, soprattutto se infiammabili. Le sostanze fortemente ossidanti sono particolarmente pericolose quando vengono mescolate con composti organici facilmente ossidabili come gli alcoli, i polialcoli, i carboidrati, i materiali cellulosici come per esempio carta, legno, stoffa. Esse sono pericolose se mescolate con sostanze come lo zolfo e il fosforo o con metalli finemente suddivisi come la polvere di magnesio. Le più comuni sono acido perclorico, clorati e perclorati, anidride carbonica, cromati, bicromati, acido nitrico concentrato, nitrati, permanganati, acqua ossigenata concentrata, ossigeno liquido, aria liquida.

3) Sostanze infiammabili: si tratta di qualunque sostanza che a contatto con l’ossigeno atmosferico e a temperatura sufficientemente elevata, brucia con sviluppo di fiamme. Ne possono conseguire pericolosi incendi. I materiali comuni ai quali bisogna presentare particolare attenzione sono sostanze come idrogeno, metano, acetilene, solventi volatili come alcol metilico ed etilico, solfuro di carbonio, acetone, esano, etere etilico ecc. Queste sostanze devono essere tenute a distanza da fonti di calore, fiamme o scintille. L’infiammabilità di una qualsiasi sostanza viene indicata con tre parametri:

punto di infiammabilità (flash point): temperatura a cui la sostanza produce, alla pressione ambientale, vapori in quantità tale da dare una miscela infiammabile con l’ossigeno atmosferico;
temperatura di ignizione o autoaccensione: minima temperatura richiesta per iniziare o mantenere la combustione di una miscela dei vapori della sostanza con l’aria, indipendentemente dalla fonte di calore;
campo di infiammabilità: intervallo di composizione nel quale la miscela aria combustibile è infiammabile.

4) Sostanze tossiche: si tratta di sostanze che, a seguito di ingestione, inalazione o assorbimento attraverso la pelle, possono essere causa di danni alla salute. Particolarmente insidiose sono le sostanze gassose o volatili; tra le più comuni si ricordi il cloro, l’ammoniaca, l’acido cianidrico, l’acido solfidrico, l’anidride solforosa, l’ossido di carbonio. Si può comunque affermare che moltissime sostanze possono essere tossiche quando vengono introdotte nell’organismo, ma gli effetti dannosi dipendono in maniera determinante dalla quantità introdotta nell’organismo in un determinato intervallo di tempo, oltre che dalla natura della sostanza. Per poter prevenire danni alla salute sono stati definiti, sulla base di dati epidemiologici e di laboratorio, valori limite di esposizione occupazionale. Tali valori, indicati come TLV (Threshold Limit Value), stabiliscono la massima concentrazione di una specifica sostanza alla quale la maggior parte dei lavoratori può essere esposta, giorno dopo giorno, senza risentire di alcun danno per la salute. Tali valori, che vengono aggiornati periodicamente, sono valori medi tollerabili per i lavoratori.

5) Sostanze corrosive: sono le sostanze che esercitano un’azione distruttiva sia sui tessuti vivi sia sulle attrezzature di laboratorio con cui vengono a contatto. I più comuni di tali prodotti sono acidi (cloridrico, fosforico, nitrico, solforico, acetico, fluoridrico), basi (idrossido di sodio e di potassio), perossido di idrogeno, ossido di calcio, anidride acetica. Le principali misure di sicurezza consistono nell’utilizzare mezzi di protezione personali opportuni (camice, occhiali, guanti) e nel provvedere a eliminare al più presto tali sostanze sparse accidentalmente sul banco o sul pavimento mediante abbondante lavaggio con acqua. Se le sostanze corrosive sono volatili, si deve lavorare sotto cappa aspirante per evitare l’inalazione dei vapori.

6) Sostanze nocive: sono le sostanze che, in seguito a inalazione, ingestione o penetrazione attraverso la pelle, possono provocare danni di gravità limitata.

Anche se il grado di pericolosità nell’uso di queste sostanze è minore, è opportuno seguire le precauzioni descritte per la manipolazione delle sostanze tossiche (lavorare sotto cappa aspirante, evitare il contatto con la cute e con gli occhi e così via).

7) Sostanze irritanti: sono le sostanze che provocano reazioni infiammatorie in seguito a contatto immediato o prolungato con la pelle. Per la loro manipolazione devono essere seguite le precauzioni già descritte per l’uso delle sostanze corrosive.

8) Sostanze radioattive: sono così chiamate quelle sostanze capaci di emettere radiazioni ionizzanti. Esistono normative e legislazioni specifiche per la conservazione, la manipolazione e lo smaltimento del

le sostanze radioattive che devono essere seguite rigorosamente per la sicurezza degli operatori. Le più comuni precauzioni da seguire consistono nell’uso di guanti protettivi, di opportune schermature quando si lavora con emittenti e nel controllo della dose di radiazione ricevuta dagli operatori con dosimetri personali.

16 dicembre 2008 Pubblicato da Francesca Brigida 0

L’atomo di carbonio

Alla base della chimica organica vi è l’atomo di carbonio. E’ il sesto elemento della tavola periodica, ha numero atomico Z=6 e perciò in totale 6 elettroni: 2 nello strato 1s, 2 nello strato 2s e 2 nello strato 2p. La sua configurazione elettronica è 1s2 2s2 2p2.
Il carbonio, avendo due elettroni nello strato più esterno 2p, dovrebbe avere valenza 2, come quella che presenta nel suo composto più semplice con l’ossigeno, il monossido di carbonio CO. Tuttavia, anche se questo è il composto più semplice del carbonio, non è il più diffuso, in quanto il composto che il carbonio presenta in maggiore quantità con l’ossigeno è il biossido di carbonio o anidride carbonica CO2, nel quale il carbonio ha valenza 4.
Il carbonio, appartenendo al quarto gruppo della tavola periodica, possiede quattro elettroni di valenza e, perciò, può formare quattro legami che nella maggior parte dei composti organici sono di tipo covalente. Esso è detto tetravalente proprio per i suoi quattro elettroni di valenza ed è in grado di realizzare legami molto stabili.
Questo dipende dalla posizione centrale che il carbonio occupa nella tavola periodica: non essendo né fortemente elettronegativo né fortemente elettropositivo, forma legami covalenti con altri atomi.
Oltre che con atomi di idrogeno, ossigeno e azoto, gli atomi di carbonio riescono a legarsi anche ad altri atomi di carbonio, formando catene, anche molto lunghe, o anelli formati dal susseguirsi di atomi di carbonio che assumono forme tridimensionali estremamente diverse tra loro; infatti esistono molecole le quali, a parità di composizione chimica, differiscono totalmente per struttura, proprietà chimiche e fisiche. Le molecole che si originano in questo modo sono particolarmente stabili e, a temperatura ambiente, non reagiscono né con l’ossigeno né con l’acqua.
La straordinaria capacità che il carbonio presenta di legarsi anche a se stesso con legami semplici, doppi o tripli è riconducibile al fatto che orbitali ibridi concorrono alla formazione delle molecole. Infatti, la disponibilità di un orbitale vuoto nel livello energetico di valenza permette al carbonio tre tipi diversi di ibridazione, con formazione di orbitali sp3, sp2, ed sp.

09 dicembre 2008 Pubblicato da Francesca Brigida 0

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